Il brano-manifesto, quello che dà il titolo all'EP del 2013 e il cui video vince il premio speciale Plindo al PIVI. Sotto scorre un pop dal respiro west coast — chitarre luminose, armonie aperte, un sole californiano — su cui Janovitz costruisce una canzone visionaria: vede un altro mondo, fertile e splendente, e lo chiama ultraspazio, l'altrove dove stare con la persona amata. Il canto stesso è l'atto di coraggio per attraversare quella soglia. È il cuore della sua poetica: quel terzo spazio che ancora oggi apre la sua musica.
PHYSICAL
In un tempo in cui la musica è diventata liquida — un flusso senza peso, senza una copertina da tenere in mano — PHYSICAL è un auspicio: che la musica torni a farsi oggetto. È l'LP di Luca Janovitz che non è mai stato stampato — una copertina da guardare, una scaletta con un ordine, un lato che comincia e uno che finisce. Ma non è il vinile a renderla fisica: è l'ascolto condiviso. Quando la si vive insieme, dal vivo, la musica prende corpo — ed è la comunione a farne un oggetto. Per ora, esiste solo qui.
Ed è anche il modo più bello per scoprire la sua musica: dodici canzoni messe in fila come si farebbe su un vinile, dal 2012 di «One Day Only, Nov 23» fino all'iguana di «Inamovibilmente» (2025). Senza un genere fisso — si passa dall'elettropop allo swing, fino a voce e chitarra.
Mettila su — dall'inizio alla fine, e ascoltala con qualcuno: è insieme che prende corpo.
Uno swing dolente e spiazzante, di quelli che ti fanno dondolare mentre raccontano un addio. Janovitz mescola italiano, inglese e francese e lascia che la stanza si riempia di nebbia e di fumo: il tempo che non passa, una solitudine ironica che si tiene compagnia da sola, l'acqua che alla fine diventa mare e porta via tutto. È uno dei suoi pezzi più amati, e non a caso gli è stato dedicato un videoclip.
Registrata interamente con voce e ukulele, senza post-produzione: nessun trucco, solo la canzone e il fiato. Eppure è tra i momenti più intensi del disco, dove il temporale diventa lo stato di una passione che travolge e a cui ci si arrende volentieri. La nudità dell'arrangiamento amplifica tutto — il dubbio, il desiderio, l'attesa della saetta — e prepara, senza stacco, l'elettricità di Corrente.
La tempesta si fa elettricità. Qui l'attrazione diventa un flusso che corre come una scarica — una pulsazione cardiaca, immagini che cortocircuitano la geografia della Guerra Fredda e il surrealismo più puro, fino a un cammello blu trainato dalla corrente. È una canzone che piega le leggi fisiche per dire una cosa semplicissima e indomabile: quanto è difficile contenere la corrente che passa tra due persone.
Il primo singolo a presentare l'esordio, e forse il suo manifesto segreto: una canzone sulla morte che è in realtà un inno alla vita. La fine è immaginata come un congedo sereno, da salutare con un sorriso e con un inventario di piccole felicità — barattoli di Nutella, lucciole in mano, una spiaggia fatta di noi. La morale è già tutta lì: l'energia che useremo per andarcene conviene spenderla adesso, a vivere. Carpe diem travestito da canzone d'addio.
Solo chitarra e voce, e bastano. È il pezzo più slanciato e luminoso della raccolta: un inno al sorriso e a tutto ciò che un sorriso accende. Janovitz insegue una felicità a braccia tese, tra spiaggia, onde e ricordi, e ne fa una chiamata a buttarsi — viaggiare senza freni, rischiare tutto, riempirsi di vita. Dopo il congedo di Morirò a Settembre, è la vita che torna a prendersi la scena.
Un elettropop scattante e divertito per l'autoritratto più surreale del disco: qui Janovitz si fa uovo — sferico, fragile, comico — e affida a un guscio tutta la sua precarietà amorosa. Tra immaginari da cucina e desiderio, ci si cova, ci si innamora friggendo, e si finisce immancabilmente per cadere. Sotto la trovata buffa batte una verità tenera: l'amore assottiglia il guscio finché esplode.
Il pezzo più solare e sensuale, e l'unico apertamente etnico: atmosfere africane, percussioni calde e cori in swahili che nel ritornello dicono, senza pudore, il desiderio di amare e di mettere al mondo figli con la persona amata. Qui l'esotismo non è cartolina: è un'isola vera, fatta di sole, sale e pelle, ribattezzata col nome dell'amata sotto un cielo di baobab.
Una piccola teologia della pioggia. Dopo l'arsura, basta un acquazzone perché il mondo torni abitabile: Janovitz guarda le lumache farsi coraggio e spingere le antenne alla ricerca del mondo, e in quel gesto minimo trova la morale del pezzo. È un carpe diem senza proclami, che cerca la grazia nel momento presente e non nel ricordo — con il volo di Icaro a tenere insieme l'ebbrezza e il rischio.
La stessa canzone, senza voce: lo swing del Lavandino lasciato solo con la sua melodia. Serve a ricordare quanta malinconia abiti già nella pura musica — e a ritrovare, verso la fine del disco, l'eco di ciò che PHYSICAL ha attraversato.
Una marcetta ritmica con un cuore folk che la spinge avanti — title track del film di Marco Cervelli, premiata come Migliore Canzone Originale al Festival Internazionale del Cinema dei Castelli Romani. Gioca dichiaratamente con Aspettando Godot: la Bardot è l'attesa che non arriva mai, e proprio per questo tiene in cammino. Tutta costruita per coppie di opposti, dice alla fine la sua unica verità: se non ti fermi sei vivo, e a ogni partenza corrisponde un arrivo.
Il congedo, e il punto d'arrivo più sereno del percorso. Pubblicata nel maggio 2025, è un viaggio psichedelico che si fa quiete: Janovitz guarda il mondo con gli occhi di un'iguana e trasforma l'immobilità in pienezza, tra sole sulla pelle, pietre da leccare e un ficus benjamin che diventa trampolino per l'universo. Dopo tante cadute — l'uovo, il lavandino, la corrente — PHYSICAL si chiude su una stasi che sa di conquista.
